SCRIVI CIÒ A CUI IL MONDO CREDERÀ DOMANI.
HAY QUE APRENDER A DESECHAR. UN BUEN ESCRITOR NO SE CONOCE TANTO POR LO QUE PUBLICA COMO POR LO QUE ECHA A LA BASURA. SI DESECHA ES QUE VA POR BUEN CAMINO Y ADEMÁS PARA ESCRIBIR UNO TIENE QUE SENTIRSE MEJOR QUE CERVANTES. " Gabo "Cosi recita uno slogan all'interno di una pagina internet, che offre relazioni sessuali a repubblicani, se voteranno a favore di Kerry (che non stimo pienamente...).
Un giornalista (che stimo pienamente) suggerisce: "Il sesso come arma di istruzione massiva"...
Il mio pensiero...: "istruiamoci in massa"!
Dimmi cosa hai nel cestino.
Inizio io.
Bè, vediamo. Una buccia di waiava e … e per il resto, puro vizio… .
Tappi torturati di birra, mozziconi, esse di cartoncino filtrinate, carta di riso, una scatola di «Parche Evra» anticoncezionale adesivo non mio, e un centinaio di foglietti, biglietti, post-it, e qualche scritto neppure degno del cassetto.
Riuniti, i vizi acquistano forza, conquistano una loro forma predelineata, costante e variabile. Intaccati i nostri pensieri, dai loro preconcetti, ci pieghiamo in congiunto in un cestino che diventerà realtà.
Il lobo frontale di un dislessico, il lato destro di una donna, il lato sinistro di un uomo.
Il cestino, contenitore contenente contenuti incontinenti e viaggi spirituali, che toccando la plastica del sacchetto che lo riveste, si trasformano in materia, dottrina manifesta.
Sogni che cadono nel tangibile, edonismo fatto monnezza. Escovazze, immondezza, spazzatura, rifiuti, immondizia, scorie, lordura, rumeta, pattume, rusco, sozzura, ecc.
Questo è il mio cilindro magico, di ferro grezzo, ferro nero, ferro e basta. Tocco ferro e non mi volto indietro.
Apoftegma di una giornata guadagnata o persa, sentenza della vita, giudizio di soprannomi sbagliati.
Tutto dentro e si salvi chi vuole.
- A. hic, hiiic, hic…. Hiic
- B. …
- A. hiic, hic!
- B. …
- A. glu glu glugluglu.
- B. … bè!?
- A. Hic, hic, hic… Hichichic!
- B. BUU!!!!!!
-A. …
Il futuro subaffitta una soffitta puzzolente al presente, e il presente, lo paga al condizionale.
Nel tempo in cui, l’imperfetto t’attraversa diagonalmente la giornata e ti trovi in un baleno (vedi Pinocchio), trapassato da un oggetto non identificato.
Perché dipendere dal tempo?
Ora, l’espressione “non ho tempo” dilaga, non accenna a fermarsi e rotola con slancio indicativo, giù dalla china e così, in tempo e modo semplice, raggiungerà l’anteriore.
Fin quando, non si trovi congiuntivo alla carrozza d’orata dell’Imperativo;
“GERUNDIO! Non potete correre all’infinito! Vi guasterete la salute. Sarete remoti prima d’essere prossimi, parola di Bianconiglio.”
Allorché. “Ma tu scherzi!”, dirai tu. “Sono appena presente e non ho intenzione di fare il passato”. Chiuderai il discorso e continuerai “preterito” verso un “past” caliente, per rifocillarti e essere participio nel “future” furente.
Preterito, l’equivalente spagnolo, dell’italiano passato remoto.
E quelle persone la riunite? Ma le gente?
Voglio essere il primo armadillo a cui l’hanno detto.
Voglio essere lì con voi senza dover abdicare alla mia posizione.
Voglio tornare in una contrada dove non sono mai stato.
Voglio che Dio sia legalizzato.
Voglio essere il re, il giardino e la sua erba.
Voglio bere dalla vita e imparare dalle spalle.
Mi hanno catechizzato che non cresce il voglio.
Mi hanno mozzato l’aria intorno alle ali.
Mi hanno straziato la carne del cuore e buttata in un fosso.
Mi hanno dato parole e ho inventato giornali.
Voglio continuare a volere, e non mi persuaderanno.
...e adesso esco e vado a ballare.
Ho portato il mio blog dal parrucchiere, pensavo con la riga in mezzo, ma poi ho optato... così.
“If you wont live and faight for the future, tell me, when does your future start; to day or always tomorrow?”
V.W. -orlando-
Appeso su di un ponte del Periferico (super strada cittadina di Città del Messico) un cartello giallo con scritta nera, annuncia:
“J. PEREZ & HIJOS. SE PINTAN CASAS Y DEPARTAMENTOS A DOMICILIO” ...??????
(si dipingono case e appartamenti a domicilio)
Piccoli, verdi e senza sale non vanno. Broccoli.
Esistono le carote, i carciofi e l’insalata.
Mafalda, si domanda perché sua madre le continui ad imporre i broccoli, lei sa perfettamente che ci sono altri tipi di verdure che le fanno bene, ma no, sempre broccoli.
Esistono il rispetto, l’esempio, l’educazione e l’interesse sociale.
Il popolo argentino si domanda perché il governo, continui ad imporre l’esercito sulla massa, quando tutti sanno perfettamente che ci sarebbero altri modi per mantenere l’ordine, ma no, sempre esercito.
E così Mafalda si ribella, grida e sbatte i pugni sul tavolo, non vuole più vedere stupidi verdi broccoli, sul SUO piatto.
NUNCA MÁS BROCOLIS PARA EL PUEPLO.
Io mi storno e lui a zoppogalletto sorpassa i mille... e ancora mille.
Due piani, tegole rosse sul tetto, un giardino di dietro e un patio accogliente sul davanti. Finestre terse che si affacciano su di un cielo pulito, prato curato.
Ha visto crescere Sara, ha osservato litigare i suoi genitori e li ha uditi amarsi. Li ha conosciuti sposati, ma li ricorda ragazzi, accaldati e curiosi. Non tanto quanto Sara, ma desiderosi di conoscere.
I suoi vicini sono cambiati, sono stati abbattuti e dove prima abitavano tre piani, adesso sono trenta.
I giardini si sono ingrigiti con la democrazia e dove c’erano i crisantemi adesso ci sono parcheggi per gli invalidi. Germogliano, un Mc Donald, uno Starbucks, e tra poco un centro commerciale con tre banche, nove ristoranti di nazionalità differenti, quindici negozi di lusso e un supermarket.
Ieri, Sara ha aperto la porta ad una donna alta con il cappotto e un buon profumo.
“Ingegnere Egle Forlati, buongiorno”
Sul tavolo della cucina, metodicamente coordinati, piani regolatori, ordini comunali, progetti e contratti firmati. Intorno al tavolo tutta la famiglia. Tutto chiosato in modo chiaro e senza peli sulla lingua. Prezzi, vantaggi e diritti, parafrasata postilla per postilla, chiosa per chiosa. Gli occhi di Sara non capivano quelle parole e neppure i toni sui volti dei genitori, ma le facevano vedere la sala come da dentro un acquario.
Irrorato e distorto.
Palloncini, palloncini e cordicelle per tenerli amici di un bambino dell’età che vuole.
Palloncini da gonfiare.
Un solo palloncino - da salvaguardare, è un compare con cui giocare-.
Due palloncini - da depauperare, slegare e lasciar volare-.
Tre palloncini - da guardare e senza rimorso scoppiare-.
La legge dei palloncini, pieni d’aria, ini.
Chi sarà l’antenato dei palloncini?
Il costoso profumo dell’ingegner Forlati, rimane anche sul divano e sfarfalla nell’aria, frustato dalla corrente della porta che si chiude.
La voce del padre è tranquilla, si direbbe soddisfatto. Ha fatto un affare. Riceve, quasi il doppio del valore della casa e come incentivo, un appartamento di lusso già in costruzione; un isolato più lontano dalla periferia e quindici piani più vicino alla pioggia.
Per la prima volta in questa vita, Sara è terrorizzata dal suo papà. La spaventa osservare quegl’occhi che conosceva capaci solo d’affetto, adesso navigare nell’emozione materiale. Il suo papà ha incartato i sentimenti, li ha imbelliti con un bel fiocco, sicuramente non giallo, e venduti al miglior offerente, anzi, il primo.
Sara piange gocce di nostalgia, per tutti i giochi che avrebbe potuto fare con la sua casa. La mamma la tiene tra le braccia, è seduta sulle sue ginocchia e le fa piangere tutte le lacrime che vuole.
I ruoli si ribaltano e Sara è disorientata. Il papà ride e si compiace di aver saputo cogliere l’occasione al volo, la mamma si trova in un ruolo che la spaventa e prova consolare Sara. Sara si dispera e non vede il domani, la mamma le assicura che nella nuova casa ci saranno altri nascondigli ad aspettarla, il papà cerca di mettere una pezza e afferma che non è ancora deciso nulla. Sara vorrebbe dargli del mendace, ma non conosce ancora la parola e si limita a dirgli “bugiardo”. Sara corre nella sua camera e con in mano una gomma cerca di cancellare dalle pareti, quel giallo che l’ha tradita. La mamma la insegue, il papà si siede in cucina con l’aria perplessa. Sara si nasconde, la mamma la trova, il papà esce e prende la macchina. Sara non vuole imparare le cose degli adulti, la mamma è d’accordo con lei, il papà è già lontano.
Gli scatoloni ricolmano le stanze, le pareti si impoveriscono dei loro tatuaggi e non troppo lentamente la casa perde i suoi luoghi e ritorna senz’anima.
Sara non sa’ancora, che incontrerà finalmente un amico e adesso è solamente triste e la sua paura continua a farle pensare “QUANTO TEMPO CI METTERÁ LA TERMITE A DIVORARE IL BOSCO?”.
p.s. i broccoli stanno bollendo in pentola...
Un bambino pensa che esista solo uno sbadiglio e che questo, giri tutto il mondo passando di bocca in bocca, mentre un bimba è sicura che la Luna, la stia seguendo e certe sere d’inverno, corre per ore con la sua bicicletta per seminarla. Arriva al limite della strada grande, ma lei è sempre lì.
Altri non hanno alcun sentimento che vada più in la di una playstation, non vogliono lavarsi i denti e sperano solo che non gli cadano.
Qualcuno dicono abbia già scoperto da solo, che i broccoli di Mafalda altro non sono che l’esercito argentino. Ha già finito Zelda 13°, mentre io sto ancora cazzeggiando con il flauto magico…
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